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Il centro della ragnatela 1)( El centro de la telaraña )
di Christian X. Ferdinandus
A sabati alterni faccio a piedi il mattino, andata e ritorno, quarantaquattro isolati. È la distanza che intercorre fra casa mia e l’incrocio tra Olazábal ed Estomba. Mia figlia Silvina e mio genero, Alejandro Di Paolo, abitano là. Non simpatizzo né con lei né con lui. Faccio loro visita per il piacere di giocherellare con il mio —fino ad ora— unico nipote, Juan Francisco. Dedico le altre mattine del sabato, per il resto, ad esercitare la mira al Tiro Federal Argentino con varie armi di mia proprietà. Quel giorno lasciai il poligono prima delle dodici. Abito in Libertador, tra Matienzo e Newbery. Come fui sul marciapiede, accesi una sigaretta e presi a camminare, senza prestare attenzione al mondo esterno e lasciando la mente libera di vagare. Mi reputo uomo ragionevolmente felice. Qualcuno (uno di poco valore che s’atteggiava ad artista e bohémien) mi disse una volta che ero un individuo volgarmente felice: se l’intenzione era stata quella d’offendermi, non v’era riuscito. Ho anche avuto dei nei: l’inattesa morte di mia moglie mi ha colpito duramente e ha per tanti versi trasformato la mia vita. Non sono un sentimentale e, tanto meno, un sentimentalista. Non è mancato chi mi tacciasse di spietatezza. Di fronte a situazioni irritanti cerco in genere di mantenere la calma mentre domino una invisibile collera interna. Credo d’essere efficace e sbrigativo. Ho raggiunto una posizione economica agiata e quello che si è soliti denominare successo. Le mie aziende sono quotate in Borsa. Se sono del tutto onesto non saprei, ma nel mondo degli affari ho fama di esserlo. Presiedo la Fundación Santa Inés che fa donazioni ad ospedali e scuole. Sono, lo si voglia o no, uomo dalle spiccate virtù civiche: da una rivista d’attualità sono stato selezionato due volte tra i personaggi dell’anno. Ho ereditato da mia moglie —quando già non m’erano necessarie— azioni di Dowland & Grandinetti. Non ho mai voluto risposarmi, ma ho avuto —ed ho— occasionali avventure. Il quartiere, l’edificio e l’appartamento in cui vivo mi piacciono. Oltrepassata la porta m’attendeva la corrispondenza: fatture di servizi, rendiconti bancari, inviti a conferenze o a mostre, una cartolina di qualche amico che era in viaggio in Europa… Pure una busta giallo ocra internamente imbottita, di quelle usate quando si spedisce materiale che non deve piegarsi. Conteneva solo una foto. Mia moglie ed io, entrambi in maglietta e pantaloncini corti. Il luogo e la data, inconfondibili: stiamo camminando sul viale di Copacabana, ed era per l’esattezza nel 1982, durante la nostra luna di miele. Inés aveva ventitre anni ed io ventisei. Siamo distratti ed estranei all’apparecchio fotografico: quella foto ci era stata evidentemente fatta senza che noi ce n’avvedessimo. Provai un inspiegabile schifo e mollai la foto sul tavolo, come a liberarmi dalle pinze d’uno scorpione. Per qualche istante non seppi che fare. Poi, meccanicamente, presi il pacchetto di sigarette e ne accesi una. Sul retro della foto era apposta una leggenda, contornata come un inserto pubblicitario:
La scrittura, in biro azzurra, era contratta e nervosa, con tremolii, molti angoli acuti e quasi senza rotondità. Avvertii un vuoto allo stomaco ed una vampata in faccia. Che obiettivo perseguiva quell’anonimo affronto? «Calma», mi dissi. «C’è un fatto incontrovertibile: io so che l’accusa è falsa». L’abitudine a ragionare mi venne tranquillizzando. Cercai di calarmi nei panni del mio accusatore. Le elezioni legislative s’avvicinavano ed io stavo per fare il mio ingresso in politica, ero candidato a deputato per il Partito Integralista. L’enigmatica missiva doveva essere uno stratagemma politico, qualcosa che tentava di destabilizzarmi dal punto di vista emozionale. Col passare dei giorni venni dimenticando la questione. Riacquistai il mio solito equilibrio. L’eccesso di impegni m’impedì d’occuparmi di quella spregevole vipera che s’occultava nell’ombra. D’altra parte, per i miei affari era sopravvenuta una settimana difficile. Una fusione fra due imprese mi procurò parecchi problemi. Diversi azionisti che non nutrivano fiducia in quella fusione cominciarono a vendere in Borsa i loro titoli. Le mie azioni scesero. Il mercoledì riassunsi l’iniziativa; riunii un cerchio di importanti esperti finanziari ed illustrai i risvolti positivi della misura presa. Si trattava di generare fiducia, campo in cui ho una preziosa esperienza. Parlai senza fretta, con una certa aperta indifferenza. Abbozzai un paio di battute sull’umore borsistico ed inventai una spiritosa citazione attribuendola a Woody Allen. Come avevo fatto tante altre volte, finii per convincere la maggioranza. Il giovedì la gente riacquistò la serenità ed ore prima della chiusura della settimana di borsa la nuova compagnia e le sue azioni misero a segno forti guadagni. Si produsse un susseguirsi di eventi favorevoli. In un’intervista, pubblicata quella stessa domenica nel supplemento economico de La Nación, spiegai che missione della politica era recare beneficio alla società tutta: io solo ero lo strumento per conseguire il benessere del popolo. Nel Partito Integralista tutti approvarono le mie parole. Il lunedì il patriarca del Partito, l’anziano ed astuto Antonio Dufour, mi convocò nella sua villa di San Isidro. Voleva conoscermi di persona. Non parlò più del dovuto: —Si tratta di mostrare che siamo dinamici, con sangue giovane— mi disse. Quell’uomo appassito, all’apparenza debole, aveva appena compiuto ottantadue anni e reggeva le redini del Partito da sempre. —Lei ha lavorato molto bene —e aggiunse—: Sino ad ora. Le auguro una straordinaria carriera politica. Quelle parole, per venire da chi venivano, mi fecero sentire serenamente fiducioso. Tornai a Buenos Aires passate le 14 e pranzai da solo, molto tardi e senza alcuna fretta, in un ristorante di calle Viamonte. Entrai nei miei uffici quasi all’imbrunire. Flavia aveva lasciato sulla mia scrivania la corrispondenza. Mi misi in guardia. Lì v’era la busta giallo ocra, gemella di quella ricevuta a casa. Ugualmente priva di mittente. In questa foto Inés ed io compariamo coi gomiti su una tavola con piatti, bicchieri e bevande. Ad ambo i lati avevamo altre persone. Fui in grado di riconoscere dettagli rivelatori e riuscii a ricostruire luogo, data e circostanze. Inés aveva in quel momento sui trentotto anni. Era la conversazione alla fine d’un pranzo con molta gente: mia moglie ed io mostriamo sorrisi da orecchio a orecchio, come se stessimo festeggiando uno scherzo al vicino alla mia destra che altro non è che l’avvocato Schiaritti. Come al solito, ho tra le dita una sigaretta. Riconobbi la casa e ricordai il fatto. Era una grigliata tipica in casa di Guillermo Huges; per l’esattezza nel 1997, alcuni mesi prima della morte di Inés. Mi sentii vulnerabile. Senza che io lo sapessi, una persona aveva fatto quelle due foto. Come minimo, quelle due foto. Un timore superstizioso mai avvertito prima mi impedì —in quel momento— di guardare sul retro. Esaminai la busta. L’annullo postale si rivelava un po’ macchiato. Con una lente d’ingrandimento riuscii a vedere che era stata spedita dalla succursale 31. Su Internet accertai che era quella di Villa Urquiza, al 5200 di calle Monroe. Che leggenda mi avrebbe ora aggredito sul retro dell’immagine? Senza guardarla, rimisi la foto nella busta, e la busta nella mia cartella. —Flavia —chiamai con l’interfono—, per favore, portami un whisky. Quando sollevai il bicchiere Flavia notò il tremito della mia mano: —Ti senti bene, Lucho? Ti vedo pallido, nervoso… Flavia ha l’età di mia figlia, è sposata con uno stupidotto, un marito compiacente, e oltre che mia segretaria è il conforto della mia età matura. Con l’indice descrisse un cerchio sul mio naso: —Sei nervoso —ripeté. —Si —ammisi—. È stata una settimana di gran tensione. Ho bisogno di andare in strada, prendere aria. Per oggi oramai non torno. Vuotai il bicchiere d’un solo sorso. Baciai Flavia sulla guancia, indossai il soprabito, presi la cartella e uscii. In avenida Leandro Alem era notte e l’aria dell’inverno arrivava con l’aroma del vicino fiume. Non ho mai voluto avere autisti o custodi. Questo tratto di semplicità e di fiducia in me stesso aveva accresciuto la mia popolarità nei sondaggi d’opinione. Ma i sondaggisti ed il pubblico ignoravano, e continuano ad ignorare che nello scalfo porto una pistola Bersa Thunder Compact 45. Non è l’unica con cui mi esercito al Tiro Federal Argentino, quella però si che sempre m’accompagna. Sono il mio miglior autista ed il mio miglior custode. Non ritirai l’auto dall’autorimessa dell’impresa. Avevo voglia di camminare, di stare solo. Con mente confusa discesi per la china di plaza San Martín. Una raffica gelata m’indusse a sollevare il bavero del soprabito. Entrai quindi nel bar-ristorante della stazione Retiro dell’ex Ferrocarril Mitre. Quel luogo dallo stile anacronistico, una specie di reliquia di decadi lontane, mi piace molto. Chiesi un caffè, maledissi la nuova legge che vieta di fumare nei locali pubblici ed estrassi la fotografia. Avevo timore a voltarla, incontrare quella scrittura contratta, vessatoria, che da qualche recesso della mia storia m’accusava di fronte ad un tribunale fantasma. Quando il cameriere s’allontanò osai leggere il testo. Ancora una volta il messaggio incorniciato come un cartello pubblicitario. Era una prosecuzione del precedente. L’autore degli anonimi messaggi aveva evidentemente deciso di sviluppare un gioco progressivo.
Era un po’ tardi. Ciononostante, e senza esitare, estrassi il cellulare e chiamai Antonio Dufour. Temevo che la mia chiamata lo disturbasse, ma la prese in assoluta tranquillità. —Ho bisogno di parlare con lei, don Antonio. Il prima possibile. —Venga a casa mia adesso stesso, se questo lo tranquillizza. Avevo l’auto a pochi isolati, ma il treno a pochi metri. Quando giunsi a San Isidro presi un taxi e detti l’indirizzo della villa del patriarca. L’auto si mosse e percorse strade assai buie ed alberate ed in capo ad una quindicina di minuti si fermò. Di nuovo la nera cancellata e l’immenso giardino che alcune ore prima avevo visitato sotto il sole. M’aprì la porta un altro impiegato dell’istituto di sicurezza. Oltre il giardino, la villa di Dufour. Il vecchio mi ricevette con una vestaglia porpora un po’ ridicola. Sedendo fece mostra dei suoi polpacci flaccidi e coperti d’una leggera peluria bianca: mi dissi che sotto la vestaglia era in mutande. —Mi accingevo a coricare —disse—. Le posso offrire qualcosa? —No, grazie. Vedrò d’essere brevissimo. Desideravo chiederle se talora hanno esercitato su di lei pressioni per il suo lavoro in politica. —Pressioni? —sorrise—. Vedo già qual è il suo problema. Ho sopportato cose ben più gravi delle pressioni. —Più gravi? —ripetei un po’ tontamente. —Ho subito cinque processi per corruzione amministrativa, cosa glie ne pare? —Ho però inteso che è stato in tutti prosciolto dalla giustizia. Il vecchio non riuscì a reprimere il riso. —Ha qualche volta visto la giustizia non prosciogliere un politico? Non potei non sorridere. —Per me —proseguì Dufour—, che mi credano innocente è più offensivo d’una sentenza di condanna. Il non corrotto è considerato un idiota. In politica si perdona tutto; in politica tutto accade, tutto si dimentica… D’una sola cosa non ci si scorda… —Del ridicolo? —Quella è solo una frase. Anche del ridicolo ci si scorda perfettamente. La corruzione, la subornazione, la frode ai danni dello Stato infastidiscono poco o nulla la nostra società; li si considera perfino con simpatia. L’unica cosa di cui ci si deve preoccupare è di fare gaffe nella vita privata. Non importa quanto si sia rubato dalle sacre casse della nazione; ciò che conta è conservare intangibile l’immagine di un degno pater familias. La gente condanna solo le magagne della vita privata. Si rammenti di quel candidato che era già sul punto di vincere le elezioni: il tipo era un modello di efficienza e di onestà, ma qualcuno gli fece di nascosto una foto con una bella signorina che non era sua moglie e quella fu la fine della sua carriera. La parola foto mi angustiò per un istante. —Certo che ora —continuò— i nostri avversari cercheranno di trovare qualche torbido nella sua vita d’imprenditore. Pensai simultaneamente alle missive anonime ed alla mia relazione con Flavia. —E se non ne troveranno, ne inventeranno. Non ha la minima importanza. I giornalisti scriveranno sciocchezze e la gente non vi farà caso. Lei mi consulta indubbiamente per qualcosa del genere, non è vero? Fece uno sforzo per non sbadigliare. Lo si vedeva molto stanco. —Stia tranquillo, Aguirre. Dicano ciò che vogliono sui suoi affari. Finché nessuno riesce ad entrare nella sua vita privata, nei segreti della sua famiglia, lei è invulnerabile. Il suo tono paternalistico non mancò d’infastidirmi. È vero, io non avevo alcuna esperienza politica, ma tanto meno ero ingenuo. Avevo deciso di occultargli il vero motivo della mia visita, ma per mia umiliazione notai che non gli interessava o, peggio ancora, che lo sapeva già. Quando disse «Le chiamo un’auto» e prese il telefono due cose capii: non ignorava ch’ero arrivato in taxi; il colloquio era terminato. Quella notte feci sogni che s’interrompevano. Le immagini di Inés si mescolavano in posti illogici; comparivano persone di altri ambiti e dicevano frasi che mai potrebbero aver detto. L’incidente, l’auto schiantata contro il palo del lampione, l’odore dei fiori funebri, gli imprenditori alla veglia funebre… Inés sorrideva e parlava, ma avvolta in un’appiccicoso odore di fiori in decomposizione, un odore che avvertivo ora solo io e che a distanza di tanti anni mai s’era manifestato. Appena sveglio cercai la prima busta per esaminare il timbro: era stata spedita anch’essa dalla succursale di calle Monroe. Non potei non chiedermi che nemico potessi io avere nel quartiere di Villa Urquiza. I tre giorni seguenti furono un miscuglio di calma e ansietà. Da un lato mi tranquillizzava non ricevere la terza busta —che, in teoria, sarebbe stata l’ultima— e, dall’altro, in qualche modo ne desideravo l’arrivo. Il lavoro era intenso. Quando restavo solo mi distraevo cercando di decifrare l’identità del mio nemico. Dato che aveva quelle foto di Inés, foto fatte nel corso d’un lasso di circa quindici anni, tra il 1982 ad il 1997, doveva essere una persona estranea al periodo in cui aveva avuto luogo la mia vertiginosa ascesa economica, qualcuno che stava più in là nel tempo, qualcuno inesistente (o quanto meno inosservato) nella marea di facce conosciute nell’ultimo decennio. Il giovedì ricevetti, stavolta a casa, la terza missiva. Veniva, anch’essa, da Villa Urquiza. Nella prima foto Inés avrà avuto ventitre anni; nella seconda trentotto; in questa, appena diciassette o diciotto. Doveva più o meno essere il 1977. Lei era in blue jeans e maglietta. Al suo fianco sono io, assai magro ed in camicia a maniche corte. È giorno pieno e il sole brilla, sullo sfondo della foto spunta l’edificio rotondo del Planetario di Palermo. La nostra relazione era iniziata a quell’epoca. Mi sentii un povero stupido. I quindici anni di foto segrete si erano estesi verso il passato, a venti. Nel corso di due decenni qualcuno era venuto fotografando me e mia moglie. Ed io, sempre così sagace, non me n’ero mai accorto.
Guardai le tre foto di Inés. Era stata una donna così bella. Chi, perché e per cosa m’accusava della sua morte? Ricordai gli apprezzamenti di Dufour sulla vita privata dei politici. Cercai di trovare una chiave, qualcosa che conferisse logica a quegli assurdi frammenti. Lessi le frasi cento volte; riordinai le parole; cercai un segnale occulto, un filo che mi conducesse alla decifrazione del mistero. Fu inutile. La mattina di venerdì mi svegliai di soprassalto e lucido. Avevo capito che la chiave non era nelle frasi ma nelle immagini. Distribuii le tre foto sulla mia scrivania e tornai ad esaminarle, ora senza timore, alla luce della lampada. Inés, tanto giovane; Inés, con quel sorriso un po’ distante che era per me come un piccolo portico misterioso. La foto del 1982: Inés sul lungomare di Rio de Janeiro. I meccanismi della memoria sono curiosi: di quel viaggio di luna di miele ricordai di colpo un dettaglio senza importanza. Facendo acquisti in un centro commerciale di Rio de Janeiro avevamo casualmente incontrato Jorge Maximiliano Pérez Migali, un mio ex compagno della scuola secondaria. Quantunque non avessi mai provato per lui particolare simpatia (piuttosto non m’andava a genio), il caso ci aveva varie volte riunito. Avevamo iniziato assieme Scienze Economiche (io avevo concluso i corsi con successo: lui aveva abbandonato poco dopo l’inizio). In un ballo organizzato per compagni di Facoltà avevo conosciuto Inés Dowland. Grazie a lei, Pérez Migali ed io entrammo a lavorare come impiegatucci in Dowland & Grandinetti. Vennero poi la mia relazione amorosa con Inés, il fidanzamento ufficiale, la mia incontenibile ascesa, la mia costante perseveranza nel lavoro, la mia capacità nell’infilare vantaggiose alleanze, la mia efficacia impareggiabile. Per qualche tempo persi Pérez di vista: io avevo fatto molta carriera nell’azienda ed egli m’era divenuto lontano ed impercettibile, finché l’avevo dimenticato. Quando fondai la mia azienda personale e lasciai Dowland & Grandinetti seppi che Pérez stava ancora lì e, nei suoi limiti, non gli andava proprio male. Cosa ne era stato più tardi di Pérez Migali? Non lo sapevo né m’importava. Ora però ricordavo, con assoluta chiaroveggenza, la sua presenza in quel centro commerciale di Rio de Janeiro ed ebbi la certezza che solo lui —l’unica persona che lì ci conoscesse— avesse potuto fare ad Inés e a me la foto del 1982. Accesi il computer e mi collegai ad Internet. Cercai la guida del telefono, immisi PEREZ MIGALI, selezionai TUTTO IL PAESE, pigiai ENTER, lessi:
«Bene!», mi dissi. «Codice postale 1431: corrisponde a quella della succursale 31, calle Monroe, Villa Urquiza». Entrai allora in una pianta di Buenos Aires, battei ÁVALOS 15**, diedi ENTER e vidi ove rimaneva la casa di Pérez Migali. Nel cuore del cosiddetto Parque Chas Chiamai i miei uffici e dissi a Flavia che sarei arrivato un po’ più tardi, verso mezzogiorno. Mi sbarbai, mi bagnai, mi vestii di completo e cravatta, misi la Bersa nella tasca interna sotto l’ascella, indossai il soprabito e ritirai l’auto dal garage dell’edificio. Imboccai Libertador, La Pampa, José Hernández, avenida de los Incas… Al 4700 lasciai l’auto ; prima di scendere estrassi la pistola dalla tasca sotto l’ascella, la riposi nella tasca destra del soprabito e mi misi i guanti di pelle. Incontrai subito calle Ávalos e camminai sino al centro della ragnatela. Buia, tra erbacce e scuri alberi si trovava la caverna di Pérez Migali. Il cancelletto di ferro era aperto e privo di campanello; entrai nel giardino. Un sentiero di lastre di pietra portava dal marciapiede fino alla porta di casa. Sui muri l’umidità ed il degrado davano forma ad immagini capricciose, il legno era tarlato e coperto da insetti quasi microscopici. Suonai il campanello. Attesi uno o due minuti e, impaziente, pigiai il pulsante senza rilasciarlo, chiaramente udendo come il campanello risuonasse all’interno. Alla fine, vacillante, aprì la porta una sorta di fantasma, un uomo orribile che, in un lezzo funebre, già era pelle ed ossa. Aveva indosso dei pantaloni d’un pigiama grigiastro ed una maglietta di tela. La respirazione grave, tumultuosa, pronosticava l’imminenza della fine. Era Pérez Migali. —Finalmente sei venuto. Entra. Entrai e, mentre io guardavo quel soggiorno enorme e sgangherato, Pérez restò un istante dietro di me a chiudere la porta. La casa —che brutta non era— era in rovina. Le stanze successive somigliavano ai resti d’un naufragio. Pérez Migali viveva in mezzo a quel sudiciume. L’odore di muffa e di decomposizione (avanzi di cibo?, carogne di roditori?) mi provocò la nausea, ma non modificò la mia determinazione. Sotto i miei piedi il pavimento scricchiolava. Pérez Migali, claudicando, curvo, quasi morto, mi condusse in camera sua e si distese supino sul letto. Il baluginare tenue d’un abat-jour sul comodino sembrava accrescere l’oppressivo odore di sudicio. Ansimò per qualche minuto finché non riuscì a normalizzare un po’ la respirazione. I suoi occhi erano rivolti al soffitto, come se lì si trovasse qualche occulta verità. Benché fosse ridotto ad una larva, non provai per lui la minima pietà. Nella tasca destra avevo la Bersa. Mi tolsi i guanti e li riposi in quella sinistra. Gli dissi: —Sei tu, allora, quello delle buste? —Pensavi qualcun altro? Prese pian piano a sollevarsi finché, con doloroso sforzo, s’appoggiò alla spalliera del letto. La maglietta, sudicia in maniera ripugnante ed incollata alla pelle, gli evidenziava la forma delle costole. I capelli, biancastri e unti; la barba, a media crescita. —Guarda come sono le cose; ho un cancro ai polmoni e non riesco a smettere di fumare. Non ho né forza né voglia di uscire in strada. Ultimamente mi sono visto troppe volte obbligato a recarmi alla posta di calle Monroe… Scoppiò, festeggiando la sua celia, in una risata che terminò in tosse e catarro. —Né compro tanto meno da mangiare; a questo punto è lo stesso. Non hai una cicca per me? Gli passai una sigaretta. Da sopra il cuscino prese una scatola di fiammiferi e l’accese. Ne accesi una anch’io col mio accendino. Pareva non avere alcuna fretta: —Sono giorni che sono rimasto senza un soldo. Tu non sai come manchi il tabacco… Tante cose mancano. I miasmi del fetore m’irritavano e m’impazientivano più di Pérez stesso. Gli dissi: —Dimmi cosa vuoi… Soldi? Non ho voglia di parlare né di perdere tempo. Se vuoi dei soldi, ti do dei soldi… Ciò che desidero è finire… M’interruppe con un altro accesso di tosse. Una tosse umida e rauca che mi faceva uscire dai gangheri. —Non voglio soldi; non mi sono mai importati molto. Non sono come te. D’altra parte, già è tardi —disse— . È da tanto ch’è tardi. Perciò ho deciso che, prima d’andarmene da questo mondo, dovevi pagare per il crimine di Inés… Sentii scoppiarmi una collera tumultuosa che mi nasceva nello stomaco: —Figlio di puttana, tu lo sai che quello di Inés fu un incidente. Sono rimasto vedovo ed ho dovuto arrangiarmi ad allevare una figlia da solo. —Non pretendere di commuovermi. Non credo nella tua immagine di vedovo dolente, rispettoso della defunta. Tu l’hai uccisa. Hai fatto manomettere il sistema dei freni. Pensi che io non lo sappia? L’auto che regalasti a tua moglie era la più affidabile del mercato. Ho studiato le statistiche. Ero portato per codeste minuzie, ti ricordi? Indicò con l’indice alcuni fogli che teneva sul comodino: —Li vuoi leggere? Guarda. Nessun problema meccanico in Brasile, nessuno in Messico, nessuno in Cile, nessuno negli Stati Uniti, nessuno in Francia; solo uno in Argentina… Ma guarda caso! —Ascoltami, imbecille: all’epoca i periti spiegarono ogni cosa. —È talmente facile comprare una volontà. Forse non volevi comprare me qualche momento fa? Con un po’ di denaro alcuni periti sono capaci di dire che tua moglie è ancora viva. Precipitò in prolungato accesso di soffocamento, rotto da tosse ed abominevoli rumori di catarro, che esacerbarono la mia voglia di farlo fuori. In una specie di sibilo interiore che pareva venirgli dalla nuca, disse: —Non importa. Ho già fatto quel che dovevo fare. —Cos’è che hai fatto? —Ho mandato alla Divisione Omicidi una lettera con tutte queste informazioni e statistiche, e con tutti i particolari su di te. È assai possibile che a quei ragazzi detective questa storia risulti più che veritiera e si mettano ad investigare per guadagnarsi reputazione e promozioni. Scosse la testa, come innanzi ad un fatto inspiegabile. —Non sono mai riuscito a capire come mai Inés scelse te che, alla fin fine, altro non sei che un volgare avido commerciante. Inoltre —aggiunse, come per scherzo—, taccagno. Sai che sono in miseria: perché non mi regali il pacchetto di sigarette invece di offrirmene solo una? Restavano otto o dieci sigarette. Ne tenni una per me e gli allungai il pacchetto. Tornò però a tossire e, con la mano, mi fece segno di lasciarglielo sul comodino. Passò immediatamente dalla tosse alla burla: —Ah, che munificenza, che gesto da gran signore… Lei era magnifica, lo sapevi? Guarda qua… Da sotto le lenzuola estrasse delle lettere giallastre e le esibì agitandole. Riconobbi la calligrafia di Inés ma non volli leggere neppure una parola. —Noi ci scrivevamo prima che apparissi tu, con il tuo spirito pratico e le tue smanie di progresso. Lei aveva talento artistico, le piaceva dipingere, leggeva, suonava un po’ il piano… Tu l’hai trasformata in una semplice moglie, diciamo, “amministrativa”; l’hai trasformata in “la signora dell’amministratore”. Quando vi incontrai in Brasile, apparentemente tanto contenti, capii all’istante che lei era una morta viva. Detentrice, è chiaro, di molte azioni di Dowland & Grandinetti… Mi dissi che l’avresti presto o tardi fatta fuori per ereditare… Quella infamia mi fece perdere totalmente il controllo. Estrassi la pistola e, senza armare il percussore, glie la puntai alla testa. Pérez Migali sorrise con un distacco beffardo che accrebbe la mia rabbia. Un colpo sarebbe stato un castigo da poco per quella bestiaccia. Presi la pistola per la canna e, con il calcio, gli assestai il primo colpo sulla testa. “Aaah!” esclamò, e chiuse gli occhi e spalancò la bocca. Poi non riuscii a trattenermi: uno, cinque, dieci, venti colpi. Mi fermai vedendo che la testa di Pérez Migali era solo una macchia informe e sanguinolenta. Non mi sarei mai ritenuto capace di tanta ferocia e di tanta gioia. Vidi le mie mani ed il calcio della pistola insanguinati. La porta del bagno era socchiusa; l’aprii, spingendola con le ginocchia, ed entrai. M’accolse un insopportabile odore di sudiciume stantio e di orina secca. Il lavandino, una volta bianco, era invaso da una incrostazione verdastra. Trattenendo la nausea mi lavai le mani. Sull’arma, impiastricciati col sangue, c’erano alcuni capelli. Lavai la pistola ed il rubinetto. Feci correre abbondante acqua sui rubinetti e per il lavandino. Dal portasciugamani pendeva un telo immondo; asciugai l’arma e le mie mani col mio fazzoletto. Mi verificai gl’indumenti, le scarpe: di sangue neppure uno schizzo. Tornai nella camera di Pérez Migali. Il corpo, col capo sanguinante riverso all’indietro sulla spalliera del letto, era un pupazzo disarticolato. Aveva un occhio aperto e l’altro chiuso. Feci un respiro profondo e riacquistai la calma. Quell’accesso di collera irrazionale non era degno di me, della mia personalità equilibrata ed equanime. Non persi l’allegria, però ragionai. Salvo il rubinetto del lavandino, che era già ripulito, non avevo toccato nulla con le mani. Impronte digitali non ve n’erano. Era evidente che nella casa di calle Ávalos non metteva piede nessuno, di modo che il cadavere di Pèrez Migali avrebbe potuto restare mesi (o forse anni) in quella posizione. Quando l’avrebbero scoperto (se pure l’avessero scoperto), avrebbero trovato solo ossa e decomposizione. E anche nel pressoché impossibile caso che qualcuno entrasse dieci minuti più tardi, quale sarebbe stato il pericolo? Nessuno. Chi potrebbe incolparmi? Nessuno riuscirebbe mai a immaginare la minima relazione tra Pérez Migali (un individuo sparito dalla mia vita da decenni) e me. Quanto alle sue accuse sulla morte di Inés, erano prive di ogni fondamento. La cosa più probabile era che la lettera di Pérez Migali alla Divisione Omicidi finisse nel cestino della spazzatura. Inoltre, quand’anche l’indagine si concretizzasse, cosa si potrebbe investigare su una morte occorsa dieci anni prima? E, cosa di tutte la più importante, c’era una verità che io conoscevo assai bene:era stato un incidente e non un assassinio. Non restava ora che lasciare la casa, camminare fino ad avenida de los Incas, salire in auto e… faccenda conclusa. Posta verticalmente a terra contro la porta d’uscita c’era una busta simile alle tre che avevo ricevute. Recava una scritta a grosse lettere maiuscole: LUIS AGUIRRE. Quando ero entrato nella casa Pérez l’aveva lasciata lì con l’intento che la vedessi quando uscivo. La aprii e lessi:
“Che imbecillità”, mi dissi. “Che ingenuo: fallito, stupido e pazzo. Nessun giudice, nessuna polizia, nessuna persona al mondo crederebbe a codeste scemenze”. Misi il messaggio nella busta e la piegai a metà. L’idea di fare una specie di arrocco mi fece sorridere: estrassi i guanti dalla tasca sinistra e riposi al loro posto la busta. Calzai i guanti e mi congratulai per essere giunto ad un certo equilibrio simmetrico: la pistola nella tasca destra, la busta in quella sinistra, le mie mani nei guanti. Uscii in giardino e chiusi la porta di casa con cura sino ad udire la chiusura del chiavistello. Camminai lastra a lastra, raggiunsi il marciapiede e chiusi anche la porticina di ferro. Per la strada passava una signora con borse del supermercato; un ragazzo in bicicletta distribuiva quotidiani. Tutto normale. Calmo, in pochi istanti fui in avenida de los Incas, salii in auto e mi diressi verso i miei uffici. Così come avevo annunciato a Flavia, arrivai più tardi del solito. Avevo vari appuntamenti e mi dedicai, ormai padrone in pieno di me stesso, ai miei consueti affari. Come a simbolo del mio trionfo misi le quattro buste di Pérez Migali, con le sue foto perfide ed i suoi messaggi da psicopatico, nel tritadocumenti. Trasformai così quell’incubo in minuti pezzetti di carta illegibili. La sera invitai Flavia a cena e poi me la portai a passare la notte a casa mia. Liberato dai crucci, quel fine settimana mi riuscì assai piacevole. Il lunedì ripresi il mio fruttuoso tran tran di uomo d’affari. Giovedì 30, in mattinata, due ufficiali di polizia in borghese si presentarono nella mia azienda. Avevano, secondo quanto dissero solennemente, “ordine scritto del dottor Tal dei Tali, giudice istruttore”, di condurmi alla sua presenza. Non sollevai la minima obiezione e neanche prestai attenzione al nome del giudice: avevo previsto che qualcosa di simile avrebbe potuto succedere e sapevo anche che questa pratica di routine sarebbe finita in un vicolo cieco. Gli ufficiali mi accompagnarono fino al palazzo giudiziario. Sereno e sicuro di me, entrai nell’ufficio. Oltre al giudice c’erano altri tre uomini che immaginai funzionari di grado inferiore e che restarono in piedi, in secondo piano. Il giudice era un uomo sulla cinquantina, calvo e ben vestito. Mi strinse la mano con freddezza. Sedette dietro la scrivania e m’invitò a fare altrettanto, ma di fronte a lui. Poi disse, come ripetendo una lezione: —Mi dispiace informarla, dottor Aguirre, che è mio dovere farla arrestare, a titolo preventivo, come principale indiziato d’assassinio nella persona del signor Jorge Maximiliano Pérez Migali, avvenuto nella sua casa di calle Ávalos 15**, approssimativamente il giorno venerdì 24 agosto 2007. Lo guardai negli occhi. —Impossibile —dissi—. Non sono mai stato in quella casa —e aggiunsi, sorridendo: Tanto meno ho sentito mai parlare di calle Ávalos… Il giudice giunse le mani come se si apprestasse a pregare. Disse: —Il signor Pérez Migali mi aveva spedito una lettera… “Ah”, mi dissi con distacco, “le lettere di Péraz Migali, quell’innamorato del genere epistolare…”. —Una lettera? —finsi sorpresa. —La può leggere —fece il giudice—. C’è qui la fotocopia. Vidi nuovamente la maledetta calligrafia tremula e contratta. La lettera era lunga, un po’ ingarbugliata e con alcune incoerenze. La maggior parte della sua estensione consisteva in assurde affabulazioni sui movimenti che —a quanto Pérez Migali immaginava— io avevo fatto a casa sua, spropositi cui né il giudice né nessun altro avrebbe potuto mai credere. Terminava però dicendo:
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Nota
Traduzione © e nota di Mario De Bartolomeis
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Copyright © 2008 Mario De Bartolomeis . Tutti i diritti riservati. Ultima modifica: Martedì 9 marzo 2010